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Ogni
anno arrivano in tanti: un bus un pò scalcinato
lascia le spiagge da cartolina e s'inerpica per le
strade tortuose come un asino da soma, sospinto da
voci e canti a ritmo reggae. Carica sorrisi da tutta
la regione di St. Ann. Poi, giunto a Nine Miles, li
sbarca nello slargo del villaggio, all'ombra di una
collina cementificata per raccogliere l'acqua piovana
in una sorta di rudimentale acquedotto. Più
si è, meglio è. Poi comincia la musica.
Andrà così anche stavolta: il 6 febbraio
la Giamaica festeggia un personalissimo Natale, quello
del suo profeta reggae, Robert Nesta Marley.
«Era nato in febbraio o forse in marzo, anzi
in aprile», amano raccontare gli anziani del
villaggio, quasi per ammantare di ulteriore leggenda
la vita di Bob Marley. Di sicuro era il 1945. Così,
oggi, Bob compirebbe 62 anni, se a 36, nel 1981, un
male trascurato e incurabile non lo avesse strappato
alla vita terrena per proporgli, amaro scambio, un
posto nell'eternità.
NINE MILES, IL VILLAGGIO
DI BOB MARLEY
Quando la moglie avanzò l'idea di trasferire
la salma di Bob in Africa, il paese fu sull'orlo di
una crisi di nervi, ben più di quando cade
un governo. «Marley deve restare in Giamaica»,
fu l'inequivocabile vox populi. E così Bob
e rimasto quassù, a Nine Miles, dove nacque
e dov'e sepolto, due metri sotto terra, assieme ai
suoi dischi e al suo pallone. La chiesetta bianca
che lo accoglie ha una finestra a forma di stella
di Davide attraverso cui la luce di mezzogiorno filtra
per scaldare il marmo di Carrara della tomba. Il luogo
è davvero evocativo e i giamaicani hanno saputo
trasformarlo in un piccolo business: lo chiamano "mausoleo",
ma accanto alla tomba c'e una disordinata accozzaglia
di casette, giardini coltivati (anche a marijuana,
che vi verrà offerta come viatico), bookshop.
A frequentarlo è una schiera di strani personaggi:
tutti vantano un'amicizia con Marley, qualcuno sostiene
persino che, senza il suo aiuto, «chissà
se Bob ce l'avrebbe fatta».
Poco oltre c'e la sua casetta con il single bed più
famoso del mondo. Fra queste pareti il piccolo Bob
crebbe con la mamma, dopo che il padre, un ufficiale
della marina britannica, li aveva abbandonati. E nella
stessa casa abitò con la moglie e i primi figli
nel tentativo di vivere lontano da Kingston. Nine
Miles è la prima tappa di un viaggio in Giamaica
sulle note del mito del reggae. Alberghi ricavati
da antiche piantagioni, con molte stelle e mille comfort,
possono costituire l'altra faccia del soggiorno. Quella
più turistica.
IL VOLTO INGLESE DEI
CARAIBI
Quest'isola abbastanza vicina a Cuba e a Santo Domingo
è, in realtà, lontanissima dai ritmi
di salsa e merengue e dalle lusinghe della lingua
spagnola. Qui si va alla deriva nel Caribe a ritmo
di reggae e calypso. E si parla inglese, perchè
i conquistadores furono presto scacciati dall'Union
Jack, che fece della Giamaica una delle colonie più
redditizie. Schiavitù e sfruttamento, del resto,
hanno reso per secoli questo paradiso di vegetazione
e natura un inferno di povertà.
«Work all night on a drink a rum, daylight come
and he wan'go home», ossia dopo una notte di
la-voro con un solo sorso di rum, viene il giorno
e lui vuole andare a casa. Questo è l’inno
che canta, con malinconia mai arrendevole, la sfiancante,
terribile giornata tipo di chi lavora nelle piantagioni
dell'isola.
Il processo d'indipendenza, ultimato solo nel 1962,
deve ancora superare grandi ostacoli, ma l'orgoglio
degli indiani arawak rivive nella popolazione, che
ha trovato coesione e senso di appartenenza anche
grazie a uomini come Marcus Garvey, padre del movimento
Black Power, il cui messaggio è stato diffuso
a ritmo di reggae nell'isola. Ma è solo con
Bob Marley che la musica locale è divenuta
l'autentica lingua universale di tutti gli uomini
del mondo che si sentono oppressi nei loro diritti.
In Giamaica la natura ti avvolge e un caldo patto
con il sole fa sembrare che nulla di brutto possa
mai accadere. Per questo i turisti che scelgono di
fermarsi negli all inclusive da mille e una notte
potrebbero non avere bisogno di altro che spalmarsi
ancora un po' di crema, in attesa dell’ennesimo,
suggestive tramonto. I più curiosi, però,
sanno che così si finisce per perdere buona
parte del sapore dell'isola. A partire dalla lingua,
un misto di inglese e patois che vi conquisterà,
se saprete incidere con il sorriso la scorza un po'
ruvida degli abitanti. Se potete, entrate in una chiesa
protestante durante un sermone e fatevi largo fra
le improbabili mise e i cappellini "vecchia Inghilterra"
delle signore per ascoltare i gospel: capirete quanto
la gente sia entusiasta della vita e, a suon di musica,
si lasci alle spalle una storia davvero dura da digerire.
QUANDO BOB SI TRASFERI’
A HOPE ROAD
Da Ocho Rios si possono visitare e risalire, arrampicandosi,
le cascate Dunn's River. Oppure ci si può crogiolare
al sole di Reggae Beach, dove la sera, nei weekend,
c'è sempre qualcuno che comincia a suonare.
Il volto cinematografico dell'isola si trova, invece,
ancora più a est: quasi infinita la lista dei
set ambientati nella baia di Port Antonio. Per proseguire
nei luoghi di Marley, invece, la tappa obbligata è
Kingston, protetta a nord dalla nebbia azzurrognola
delle Blue Mountains, dove cresce il più caro
e gustoso caffè del mondo.
Molti alberghi di Ocho Rios propongono escursioni
guidate verso la città. Una volta partiti,
precisate di voler attraversare la Fern Gully, un'"autostrada"
di cinque chilometri scavata nella gola di un fiume
ormai scomparso, dove vegetano 500 specie di felci
endemiche. Il resto del percorso, con inquietanti
sorpassi in curva, sarà un saliscendi nella
vita del villaggi di montagna, fra le case degli obey
man i santoni che hanno un rimedio per qualunque male
del fisico e dello spirito e autogrill improvvisati
ai lati delle strade, dove si cuoce il pollo alla
griglia.
Kingston non gode di buona fama e i primi a saperlo
sono i suoi abitanti, che lottano contro chi si ostina
a esprimere il proprio disagio con la violenza, alimentando
una guerriglia fra deboli. E’ una città
al contrario, con il centro più degradato della
periferia. Basta saperlo. Per noi, del resto, le lusinghe
maggiori verranno da Knutsford boulevard, a New Kingston,
dove la calca di locali, negozi e alberghi ci farà
ricordare che siamo nella più grande metropoli
dei Caraibi. Marley, quando divenne famoso, volle
trasferirsi proprio quì, nella zona "bene"
della città. Finì per scegliere una
casa coloniale di Hope road, che trasformò
nel quartiere generale dei Wailers, il suo gruppo:
dietro gli studi di registrazione, davanti un cortile
dove giocava a calcio, accanto al chiosco di cucina
I- tal, un tempo gestito dalla moglie. Che, però,
viveva lontano da quì, perchè alla corte
di Bob arrivavano davvero in tanti. E in tante. Così,
a un certo punto, lei preferì ritirarsi altrove:
per non vedere e non sapere.
Visitare il Bob Marley Museum con una delle sue guide
cantanti è un'esperienza imperdibile: oltre
ai cimeli più preziosi dalla camicia jeans,
al Kalabash, la sua personale vivandiera da viaggio
visiterete la stanza dove fu ferito nel 1976, con
ancora i segni dei proiettili nel muro, e la sala
d'incisione tuttora usata dal figlio. Al primo piano
un altro ambiente è tappezzato dalle pagine
dei giornali di tutto il mondo del 28 maggio 1980,
quando allo stadio milanese di San Siro un incredulo
Pino Daniele fece da "apripista" a Bob Marley
e gli 80 mila spettatori si fumarono anche l'erba
del campo da gioco.
QUELLE VOCI CHE FANNO
VIBRARE IL CUORE
Nelle vicinanze, ecco i Tuff Gong Records, studi di
registrazione creati dallo stesso Marley e oggi gestiti
dai figli. «Chi ha una buona idea e magari è
già riuscito a metterla in musica fa la coda
qui davanti e aspetta un'audizione», spiegano
Ricky Chaplin e "I Comstan". Loro lavorano
qui, hanno già diversi dischi e tournee all'attivo
e sono rasta "dalla nascita". Gli chiediamo
che cosa rappresenti, per loro, Haile Selassie, il
messia della religione dei rasta .«E’
il Re dei Re, il Signore dei Signori, il Leone rampante
della tribù di Giuda». Ogni volta che
lo si nomina, bisogna ripetere il catalogo delle onoreficenze,
altrimenti si commette un oltraggio. Meglio cantarci
sopra e i rasta lo fanno benissimo: la voce a cappella
fa vibrare il cuore. Esaltazione? Un pizzico di ganja
di troppo? Che importa, in Giamaica l'erba è
sacra, e da sempre, serve per "comunicare"
con Dio. Negli studios, comunque, vedrete il piano,
l'organetto e il mixer davanti al quale Bob compare
in molti video. E nel negozio attiguo troverete anche
i dischi che in Europa potreste attendere per mesi.
Lasciata Kingston e i ricordi di Marley, proseguiamo
verso ovest, fra Whitehouse e Negril. Fotografiamo
i coccodrilli nel Black River, finendo poi nelle fresche
acque dell'Ys River Falls, una cascata che scaturisce
all'ombra di un bosco che sembrerebbe un pascolo svizzero,
non fosse per l'imbarazzante rumore di uno sgangherato
trattore che conduce i turisti e che scoppietta a
ritmo di reggae. Forse è solo un'impressione,
ma è il caso di ricordarlo: siamo in Giamaica.
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